Laura Antonelli, da icona sexi alla reclusione. Storia di un mito e della sua caduta agli inferi

Icona del cinema erotico italiano degli anni Settanta e Ottanta, regina di film d’autore e della commedia sexy all’italiana, a lungo considerata una delle ‘bellissime quattro’ dalmato-istriane insieme a Sylva Koscina, Femi Benussi, e Alida Valli.

Fu lanciata da “Malizia” e per Visconti era “la più bella” Philippe Brunel ne racconta vita (e morte) da romanzo

Correva l’anno di grazia 1973 e sugli schermi italiani apparve un film a dir poco esplosivo. La protagonista era una profuga istriana, nata a Pola nel 1941, diplomata all’Istituto superiore di educazione fisica a Roma, apparsa piuttosto svestita in alcune commediole erotiche del tempo. Il film era Malizia e la protagonista Laura Antonelli. Il regista di Malizia, Salvatore Samperi, può essere considerato il progenitore dell’erotismo cosiddetto all’italiana, grazie al suo Grazie zia. Girato nell’anno fatidico il 1968 Grazie zia mise in scena la passione tra una donna matura (Lisa Gastoni) e il giovane nipote (Lou Castel, icona del cinema della ribellione). Ma Samperi non aveva la vocazione autoriale. Il suo desiderio non era rinchiudersi nella nicchia, ma aprirsi al cinema popolare. L’ossatura pruriginosa di Grazie zia fu mantenuta in Malizia.

L’ambientazione venne spostata alla sonnolenta Acireale della fine degli anni Cinquanta. La giovane cameriera Angelina (Laura Antonelli) piomba nella vita di un rispettabile e attempato benestante, da poco vedovo (Turi Ferro), con tre figli. Il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) è profondamente turbato. Guarda Angelina, nel cui corpo scopre il richiamo travolgente della sessualità. Il pubblico letteralmente impazzì per Malizia. La scena di Angelina su una scala che mostra le calze sorrette dal reggicalze allo sbalordito Nino, è un passaggio indimenticabile. Da quel momento Laura Antonelli venne avvolta nella mitologia. A tal punto che il grande Luchino Visconti la volle nel suo ultimo lavoro, ambientato nella Roma umbertina di fine Ottocento, tratto da D’Annunzio, Il piacere (1976) con Giancarlo Giannini. La profuga istriana in soli tre anni era passata dalla commedia sexy al grande cinema d’autore. Era la stella lucente di un firmamento apparentemente privo di confini, senza dimenticare il fidanzamento burrascoso con Jean-Paul Belmondo. Il futuro sembrava sfavillante per l’ex insegnante di educazione fisica. Invece…

L’invece lo racconta il giornalista e scrittore Philippe Brunel nel romanzo, appena uscito da Grasset, Laura Antonelli n’existe plus (194 pagine, 18 euro). Brunel è un grande conoscitore del ciclismo (Gli ultimi giorni di Marco Pantani, Rizzoli 2011), innamorato dell’Italia. Un suo precedente romanzo è dedicato alla morte di Luigi Tenco (Ciao amore. Tenco e Dalida, la notte di Sanremo, Rizzoli 2012). L’intreccio del racconto parte da una telefonata che il narratore riceve da un produttore. Gli propone un viaggio a Roma e una storia esemplare. Visconti definì Laura Antonelli il più bel volto femminile del mondo. Quel volto in poco temo si trasformò nel suo opposto, in qualcosa di mostruoso. Dunque, bisogna ricostruire gli avvenimenti non di una caduta rovinosa, ma di un vero e proprio sprofondare nelle viscere più oscure dell’esistenza. Laura Antonelli da attrice di successo si trasforma in uno zombie, un morto vivente delirante.

La storia d’amore con Belmondo si chiude definitivamente nel 1980. E da quel momento è un lento scivolare dell’attrice. Viene spinta sempre più ai margini del mondo dello spettacolo. Poi, all’improvviso, la giostra sembra rimettersi in moto. Samperi la vuole per il prolungamento del suo successo, Malizia 2000 (1991). Come accade alla protagonista di Viale del tramonto (1948) di Billy Wilder, Laura Antonelli monta sulla macchina del tempo della chirurgia estetica. Quel volto misterioso, splendente, ammaliante, ha bisogno di ritocchi. Malizia 2000 è un bidone. Ma non è niente. L’elisir di nuova vita per l’attrice è un calvario. Invece di ringiovanire è invecchiata. Una Dorian Gray al contrario. Al danno chirurgico si unisce la beffa del destino. Nel 1991 nella sua bella villa di Cerveteri Laura Antonelli viene arrestata. L’accusa è grave: spaccerebbe polvere bianca. La gogna mediatica esplode. E letteralmente deflagra la vita di Laura Antonelli. Viene prima condannata: spacciatrice. Poi in seguito assolta: consumatrice. Il titolo di un’altra pellicola di cassetta interpretata dall’ex simbolo erotico appare profetico: Mio Dio come sono caduta in basso (1974). Nel film finiva per «abbassarsi» su un pagliaio. Ora non ragiona più. Parla con Dio. Ha perso tutto. Vive da reclusa, in un universo monastico. Ha addirittura bisogno di un tutore legale per gestire le misere entrate. Muore d’infarto il 22 giugno 2015 a Ladispoli. In una modesta dimora. Sola. Aveva proprio ragione il produttore. Roma vale bene una messa.

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Brunel ha ripercorso le tappe della caduta di un angelo dello schermo in maniera esemplare. Il ritmo della narrazione degli eventi impone al lettore di non abbandonare il romanzo, per poi riprenderlo. Si deve arrivare sino in fondo, pur se il finale è ben noto. Il racconto si apre con queste parole: il trascorrere del tempo sfuma i ricordi. L’attrice, volontariamente reclusa, ad un giornalista intento a chiederle chi fosse, aveva risposto di lasciarla stare, di dimenticarsi di lei: Laura Antonelli non esiste più. Alla «divina creatura» fu riservato un destino crudele. I lineamenti angelici si tramutarono in demoniaci. Il prezzo pagato fu davvero alto. Ma il nostro presente vive nel nostro passato. E proprio per questo Laura Antonelli continua ad esistere.

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