Berrettini, da Federer 2019 alla finale con Nole: così in due anni è nato un top player

Novak Djokovic e Matteo Berrettini. Epa

Due anni fa la lezione agli ottavi di Wimbledon, da lì una crescita costante che lo ha portato a un passo dalla consacrazione

Un italiano finalista a Wimbledon è sempre stato un pensiero astratto. Un’idea lontana. Talmente lontana che non c’era spazio nemmeno per sognare, citando Matteo Berrettini dopo la vittoria contro Hurkacz in semifinale. Eppure, a colpi di martellate, il ragazzo nato a Roma è riuscito nell’impresa di unire ideale e reale, di plasmare un’impresa che solo a pensarla c’era da mettersi a ridere.

Quello di Matteo è stato lavoro da Demiurgo, la figura di Platone mediatrice tra intellegibile e materia: The Hammer ha scolpito un capolavoro con la forza del braccio e il sudore della fronte. Uniti alla capacità di saper prendere tutto quello che passa, dai successi alle cadute in picchiata: due anni fa Berrettini vinceva cinque game nel match contro Federer, ora è andato vicino a raggiungere l’Olimpo del tennis.

Roger Federer e Berrettini nel 2019

Roger Federer e Berrettini nel 2019

DUE ANNI FA

Nel luglio 2019, Berrettini si era presentato a Wimbledon da numero 20 al mondo e con tre titoli in carriera, di cui uno freschissimo sull’erba di Stoccarda poche settimane prima. Curriculum importante, numeri da giocatore di alto livello. Eppure, gli ottavi di finale contro Federer furono una raffica di schiaffoni da cui non era scontato rialzarsi. L’8 luglio 2019 Matteo si è trovato difronte l’intellegibile e non aveva ancora le facoltà per interpretarlo. Fu una vera e propria lezione di tennis e non solo: 6-1 6-2 6-2. Roger poi arrivò in finale e fu partecipe, suo malgrado, di una partita che con il mondo degli umani ha poco a che fare. Vette inesplorate e inesplorabili. Ma il travolto Berrettini, evidentemente, è riuscito a sbirciare qualcosa, a cogliere un trucco del mago, a vedere nella sconfitta pesante una possibile fonte di ispirazione per le prove a venire.

US OPEN E POI LE FINALS

Praticamente due mesi esatti dopo, il 7 settembre, dall’altra parte della rete ci fu Rafa Nadal. L’altra faccia della medaglia dopo Roger. Palcoscenico da brividi, test sulla carta quasi impossibile: semifinale degli US Open. Il traguardo più alto raggiunto in carriera. La lezione di Federer era servita, non aveva ucciso Matteo e l’aveva fortificato: contro lo spagnolo arrivò sì una sconfitta in tre set, ma con tutto un altro sapore. Il tie-break perso nel primo set fece tutta la differenza del mondo, con Nadal che poi mise le mani sul match con il 6-4 nel secondo e chiuse 6-1 al terzo. Deciso passo in avanti. Il 2019 fu l’anno delle sfide per farsi le ossa: Berrettini arrivò alle ATP Finals, tra gli otto migliori tennisti dell’anno solare. Altra esperienza da stropicciarsi gli occhi, da secchiate di acqua gelata per capire se si è in un sogno oppure no. Matteo visse quei giorni con l’entusiasmo del bambino al luna park e aumentò la propria fiducia match dopo match: prima la frullata subita da Djokovic (6-2 6-1 per il serbo), poi il buon match contro Federer (7-6 6-3 per lo svizzero) infinte la vittoria contro Thiem (5-7 7-6 6-2). 

Matteo Berrettini col trofeo del Queen's

Matteo Berrettini col trofeo del Queen’s

LA RIPRESA E IL QUEEN’S

Nell’analizzare la salita verticale di Berrettini in questo biennio non ci si deve dimenticare della pandemia, che ha fermato il mondo intero e i giri del motore di chi vive di sport e ha ambizioni importanti. Dal punto di vista dei risultati, il 2020 non è stato un anno semplice per Matteo: fuori al secondo turno agli Australian Open, agli ottavi di finale agli US Open e al terzo turno al Roland Garros. Date queste premesse, la finale di Wimbledon è ancora più incredibile. Anche perché non va dimenticato l’infortunio in Australia quest’anno, con l’impossibilità di scendere in campo per gli ottavi contro Tsitsipas. Perdere la trebisonda era un possibile rischio, ma Matteo sa rialzarsi e migliorare dopo le cadute. La stagione sulla terra ha regalato al romano la vittoria a Belgrado, la finale a Madrid persa con Zverev e il set strappato a Djokovic ai quarti di finale al Roland Garros. Il martello era tornato e sull’erba si è unito allo scalpello: il gioco efficacissimo su questa superficie (colpi pesanti, servizio devastante, rovescio slice) e una consapevolezza impressionante hanno portato a casa Berrettini la coppa del Queen’s, prestigiosa e nobile come la personalità del ragazzo allenato da Vincenzo Santopadre.

TRA I BIG

L’opera demiurgica di Matteo è arrivata a compimento non soltanto grazie a un dono innato. Il lavoro, il sorriso, la semplicità, la voglia di imparare e la maturità di prendere il buono anche dalle batoste: Berrettini ha unito intellegibile e materia partendo dal basso, scoprendo parti di sé lungo il percorso e non distogliendo mai lo sguardo da quella luce accecante che, due anni fa sul centrale di Wimbledon, lo aveva abbagliato. E ora Matteo è definitivamente tra loro: tra i big del tennis. Dopo due anni di scalata costante e inimmaginabile.

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